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L’impero avanza ed il Diritto arretra

In un contesto geopolitico sempre più critico e oserei dire anarchico-involutivo, l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela ha riacceso importanti dibattiti sullo spirito guerrafondaio Orwelliano statunitense, sulla necessaria consapevolezza circa le preziose risorse naturali e sul rispetto inderogabile del diritto internazionale. L’operazione che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro ed alla probabile ed imminente assunzione del controllo USA sulle riserve petrolifere del paese, è qualcosa di epocale per la sua drammaticità.

Il presidente americano Trump non ha mai nascosto le sue ambizioni economiche e socio-politiche predatorie riguardo al Venezuela. In un’intervista al New York Times del gennaio 2026, ha serenamente affermato che gli Stati Uniti gestiranno il paese ed estrarranno petrolio dalle sue vaste riserve per anni, descrivendo l’operazione come un’opportunità per ricostruire il Venezuela “in modo molto redditizio“. Null’altro che prevaricazione e violazioni di stati sovrani, in un risiko dai rischi mortali. Trump ha specificato che gli USA assumeranno il controllo totale della vendita del petrolio venezuelano, con vendite iniziali di 30-50 milioni di barili di greggio, i cui proventi saranno gestiti direttamente dalla Casa Bianca – e naturalmente dai noti colossi del petrolio – per “beneficiare il popolo americano e venezuelano“. Quest’ultima dichiarazione non può risultare che pietosamente propagandistica e vuota.

Trump ha incontrato diversi vertici delle principali compagnie petrolifere USA, promettendo “sicurezza totale” per investimenti da oltre 100 miliardi di dollari nelle infrastrutture energetiche venezuelane, che secondo lui porteranno la produzione a livelli record. Ha giustificato l’intervento di arresto e destituzione – si dovrebbe dire sequestro illegale – del Presidente Maduro, accusando il Venezuela di aver “rubato” asset petroliferi americani[1], un’affermazione contestata da esperti come Samantha Gross del Brookings Institution, che ha chiarito che le riserve appartengono al governo venezuelano. Lo stesso Chavez tramite l’espulsione di colossi delle industrie e del petrolio americane, nazionalizzando tali fonti, fece risorgere il paese. In Venezuela sotto Chavez, nonostante le costanti e pressanti propagande a reti unificate degli USA e dell’Occidente, al primo posto come spesa di Stato c’era l’istruzione. Questo dato dovrebbe farci riflettere. Si spendeva in scuole nuove, libri, aree sociali, iniziative comunitarie e scambi culturali. Tutto ciò che è nemico del Governo USA quindi.

Per comprendere al meglio però l’attuale intervento USA in Venezuela, è utile anche fare un ulteriore passo indietro e ricordare le rivelazioni del generale statunitense Wesley Clark, ex comandante NATO in Europa. In un discorso del 2003, ripreso dalla CNN e nel suo libro “Vincere le guerre moderne”, Clark descrisse un memo classificato del Pentagono, visto poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, che delineava un piano per “eliminare” sette paesi in cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Clark criticò questo approccio, sostenendo che mirava ai paesi sbagliati, ignorando le vere fonti del terrorismo e fallendo nel mobilitare il supporto internazionale.

Ebbene sebbene il Venezuela non fosse in tale lista, l’operazione del 2026 si inserisce in un pattern simile di cambio di regime, motivato da interessi che si è visto essere alla base delle destabilizzazioni belliche e socio-politiche attuate dagli USA nei confronti di quei paesi in lista. Clark enfatizzò come tali piani minino la stabilità globale, un avvertimento che oggi appare profetico alla luce delle azioni USA in America Latina.

Hugo Chávez, predecessore di Maduro e leader della Rivoluzione Bolivariana, avevano ripetutamente accusato gli Stati Uniti di imperialismo forsennato, di aver attentato alla sua vita, di non voler in nessun modo la pace ma unicamente di sfruttare le immense risorse del suo paese, vedi il petrolio.  In interviste come quella del 2009, lo stesso Chávez elencò diversi e sanguinosi colpi di stato di matrice USA in America Latina, affermando che gli USA miravano ad installare governi fantoccio per motivazioni decisamente diverse da ciò che politicamente andavano raccontando e nel caso venezuelano sicuramente per le immense e più grandi del mondo, riserve petrolifere.

L’aspetto più controverso socialmente e politicamente della recente operazione USA, tuttavia, al di là della palese azione di pirateria per impossessarsi dei giacimenti petroliferi, è la cattura del presidente in carica Nicolás Maduro, avvenuta attraverso un’incursione militare che ha incluso bombardamenti su Caracas e altre città. Esperti delle Nazioni Unite hanno condannato l’azione come una “grave violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale“, violando diversi articoli della Carta ONU che proibiscono l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno stato. Maduro, come capo di stato, godeva inoltre di immunità sovrana, che impedisce a un paese straniero di arrestarlo o processarlo senza consenso.

Le varie e ridicole accuse del governo statunitense di “narco-terrorismo” non giustificano un intervento militare in nessun caso, trattandosi di questioni penali e non di un attacco armato che autorizzi l’autodifesa. Sul tema narco-traffico poi potremmo citare molti illuminanti testi, testimoni diretti e giornalisti d’inchiesta che serenamente, negli anni, hanno dimostrato come tutti i governi, maggiormente quelli più potenti, sono implicati nel narco-traffico (sia per debellarlo dall’interno, sia per sfruttarvi l’immenso guadagno..). Diversi professori di diritto internazionale hanno definito l’azione degli USA in Venezuela “illegale in ogni modo immaginabile”, stabilendo un pericoloso precedente che potrebbe incoraggiare aggressioni da parte di potenze mondiali ai danni di chiunque, il tutto ignorando, violando e cancellando norme e diritti internazionali. Maduro stesso si è dichiarato “prigioniero di guerra” durante l’udienza a New York, un’affermazione che sottolinea la natura politica e grave dell’arresto.

E cosa dire, prima di concludere, del caso delle oltre 30 tonnellate di lingotti d’oro[2] (valore stimato oltre 4,8 miliardi di dollari) depositati all’interno della Banca d’Inghilterra, da parte del governo venezuelano che lo stesso governo venezuelano non riesce a ri-ottenere? Dal 2018, Caracas ha tentato ripetutamente di riavere parte di quell’oro per comprare beni essenziali – in diverse fasi critiche dove la pressione esercitata da USA e da alleati di quest’ultimi è stata gravosa, così come per eventi come l’emergenza pandemica[3] – ma ciò non è stato possibile. La Banca d’Inghilterra rifiutò di restituire l’immenso tesoro, motivando ciò con la netta negazione che Maduro fosse legittimamente il Presidente del paese. Da ciò fu avviata un’immensa causa legale, tuttora in corso. Gli USA naturalmente avvisarono, tramite i sistemi bancari mondiali internazionali, di non trattare oro o beni venezuelani poiché erano frutto della cricca mafiosa di Maduro. Sorge naturalmente provocatoria quanto singolare la domanda, ma se Maduro tentava di riavere l’oro che il Venezuela aveva depositato con viva fiducia nella Banca d’Inghilterra, oro che apparteneva al popolo venezuelano, oro che sarebbe servito ad acquisti di risorse, materie prime, crescita del paese, oro che rappresentava un’immensa e formidabile ricchezza, perché avrebbe dovuto farsi coinvolgere nel pericoloso narco-traffico? Non aveva forse a disposizione un’immensa quantità di oro? Perché rovinarsi con l’illegalità del traffico di droga? Ovvero in una dinamica quest’ultima che avrebbe aggiunto, alla propaganda USA ed Occidentale, il serio pericolo di essere considerato a tutti gli effetti un criminale internazionale?

Concludendo, l’intervento USA in Venezuela non è sicuramente un episodio isolato[4], ma parte di una strategia storica che privatizza risorse e potere, dominando o cancellando sovranità e diritti umani. Non possiamo girarci intorno con le parole. Dalle profezie di Chávez alle rivelazioni di Clark, fino alle derive predatorie petrolifere di Trump, emerge un quadro di interventismo militare che non solo ignora il diritto internazionale come abbiamo ricordato, ma dimostra che tali azioni potrebbero accelerare il declino stesso dell’egemonia USA, come predetto da Chávez, poiché non mostra altro che una pessima immagine del paese, diminuisce potenzialmente gli alleati che possono avere reale fiducia ed alla fine rende palese la difficoltà dello stesso paese statunitense di sostenere in modo autosufficiente e democraticamente il proprio fabbisogno in risorse e materie prime. È imperativo che la comunità internazionale, inclusa l’ONU, ritengo, intervenga per ripristinare il rispetto delle norme globali e prevenire ulteriori escalation. A tutela non solo del Venezuela e di tutta la lista di paesi martoriati citati dal memo letto dal generale Clark al Pentagono, ma di ogni singola, minima, persona al mondo. Presidente o non presidente.

 

Andrea Larsen

 

[1] Oltre che la ridicola accusa di narco-traffico. Accusa peraltro prevista dallo scomparso Chavez come possibile strategia USA per accusare lui oppure un suo successore al fine di attaccare il paese.

[2] Ne ha parlato anche il regista Massimo Mazzucco in merito.

[3] Iniziò a stringere rapporti di scambio di materie prime con Iran, Cina, Russia

[4] Già il governo Trump parla di espansionismo e conquiste imminenti, vedi la Groenlandia.

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